americanah

Americanah

Cos’è Americanah

Americanah è un romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana ormai famosa in tutto il mondo come narratrice, ma anche come ottima oratrice, portavoce della causa femminista. Famosissimo il suo discorso (ora anche saggio) “Perché dovremmo essere tutti femministi”, così come appunto Americanah, che quest’anno diventerà una serie tv HBO.

La trama

Americanah parla di Ifemelu, una ragazza che lascia la Nigeria per cercare nuove opportunità negli Stati Uniti, lasciandosi alle spalle la famiglia e il fidanzato Obinze, che a sua volta cercherà fortuna nel Regno Unito. Il romanzo racconta nel dettaglio tutte le fasi della sua transizione, scandagliando a fondo le contraddizioni del sistema che vuole l’America come la terra dei sogni.

Andando a concentrarsi più su queste tematiche che non sulla storia personale della protagonista, l’autrice ci lascia sconvolti e ci fa scoprire involontariamente più razzisti di quanto avremmo pensato, solo perché a certe cose non avevamo mai pensato. E sarebbe ipocrita dire il contrario.

Americanah, impressioni

Ho letto questo libro a dicembre, e avevo promesso una recensione a breve. Il tempo è passato, ho letto altri libri, ho pensato che con un po’ di tempo sarei riuscita a elaborarlo. E invece no. Americanah è un pugno nello stomaco, perché racconta cose che non vogliamo sentirci dire. La grande, inclusiva e accogliente America, in cui mille etnie si mescolano e convivono.

Balle.

Perché combattere il razzismo non vuol dire avere lo stesso diritto di altri a entrare in locali, mezzi pubblici e teatri, anche se lo diamo per scontato. Vuole dire non avere l’ansia di essere stati assunti in un posto di lavoro di soli bianchi per una questione di quote, vuol dire trovare un fondotinta color carne del proprio colore di carne, e non beige. Vuol dire accendere la tv e trovare gente con lo stesso colore della pelle, così come le bambole per le proprie figlie.

Questione di dignità

La Adichie non parla solo di diritti, ma di dignità, e non solo ne parla, ma grida forte. Delle situazioni quasi mai piange la sola ingiustizia, ma la mancanza di empatia, anche da parte di chi dovrebbe essere più vicino. Parla di come perfino gli emigrati sembrino non capire più nemmeno le cose elementari. Ricordo come a un certo punto racconti di un rimpatrio, e degli amici che continuano a chiedere al malcapitato se in cella lo trattino bene. Come se la questione fosse come viene trattato la notte prima di essere espulso dal Paese che pareva la sua ancora di salvezza, e non il fatto che sarà condannato a una vita infelice nel suo Paese, mentre loro rimarranno.

Stranieri in patria, stranieri altrove

Descrive poi la sfida inconscia tra africani, a volte per essere più americani possibile, a volte per prendere in giro l’americanità acquisita come fosse un peccato e facendo piombare nella solitudine chiunque riesca ad ambientarsi. Forse di questo parla, soprattutto: dell’essere continuamente in bilico tra due realtà completamente diverse, sentendosi ovviamente estranei nella prima, ma col passare del tempo anche nella seconda, senza sapere più dove sia casa.

Ipocrisia a parti inverse

Ancora, Americanah racconta di sentimenti che per i bianchi sarebbero perfettamente comprensibili, ma immediatamente, se applicati ai neri, per i più perdono senso.
Scappi da una guerra? Non hai abbastanza da mangiare? No? E allora perché vuoi andartene dal tuo Paese?
E questo non si limita all’ignoranza nel senso di scarsa educazione o formazione, perché a parlare sono compagni di studi e professori. Ma sono elementi talmente radicati da non generare nemmeno la minima vergogna in chi pone le domande.

Alexa, e gli ospiti, e forse anche Georgina, capivano tutti la fuga dalla guerra, dal tipo di povertà che distruggeva l’animo umano, ma non avrebbero capito il bisogno di scappare dall’opprimente letargia dell’assenza di scelta. Non avrebbero capito perché persone come lui, cresciute con cibo e acqua abbondanti ma impantanate nell’insoddisfazione, abituate fin dalla nascita a guardare altrove, da sempre convinte che la vita vera fosse altrove, ora fossero decise a fare cose pericolose, illegali, come partire; nessuno di loro moriva di fame, o subiva violenze, o veniva da villaggi bruciati, ma aveva semplicemente sete di scelte, di certezze.

Leggetelo!

Come avrete capito, sono talmente tanti i temi, e così impegnativi, che non troveranno mai lo spazio adeguato in un articolo del genere. Quello che posso dirvi è che questo libro va letto, senza se e senza ma, e che lascerà il segno. Un grazie particolare a chi me lo ha regalato, e speriamo arrivi presto la serie tv! Da segnare anche il nuovo saggio appena uscito, “Il pericolo di un’unica storia”, sul tema degli stereotipi. Vi lascio con il solito link per ispirazioni e altri consigli qui, e vi auguro una buona serata di letture.

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