Luce rubata al giorno

Emanuele Altissimo

Luce rubata al giorno è il romanzo di esodio di Emanuele Altissimo, segnalato fra i 57 candidati al Premio Strega ma non confermato nei 12 finalisti.

La trama è giocata su un parallelo interessante: l’autore paragona la struttura e la resistenza all’urto dell’Empire State Building alla capacità di una famiglia di non andare in pezzi in seguito a un grande trauma. Equiparare un grattacielo studiato in ogni dettaglio a una famiglia singolare come quella del racconto è sicuramente un azzardo, e leggendo scoprirete come andrà a finire, ma quello che voglio analizzare qui è: vale la pena di leggere questo libro?

Partiamo dalla trama: l’insolita famiglia di cui si narra è composta da nonno Aime e dai suoi due nipoti: Diego, nel suo passaggio da adolescente ad adulto, e Olmo, poco più che bambino. La storia si sviluppa intorno alla reazione che i due hanno dopo la scomparsa dei genitori, sullo sfondo di un paesino di montagna in Val d’Aosta e dei suoi pochi abitanti. Quello che importa è sì la descrizione del luogo, della sua storia e dei suoi misteri, ma soprattutto l’esplorazione dell’animo umano, in particolare in diverse età e in personaggi dai caratteri molto diversi. Un romanzo sulla possibilità di sperare in un futuro migliore nonostante un vuoto incolmabile, ma anche sul potere della volontà nel tentativo di farlo, e di tutto ciò che succede durante il percorso.


”Nonno?”
Mi rivolse un’occhiata.
“Si può smettere di voler bene?”
Gli tremò la gola, ma il suo volto restò serio.
“Forse sì” mormorò.
“Allora domani ci provo”.

La scrittura è scorrevole, le parole soppesate con cura; è un libro ben scritto, e ci lascia in un clima di eterna irrequietezza, che è sicuramente un punto forte in questo caso. Se posso trovare un difetto, è forse la sensazione che il romanzo sia un po’ “costruito”: l’idea del parallelo Empire State Building e vita di una famiglia è buona, ma sembra un esercizio di scrittura doppia, in cui la prima parte è meno sviluppata della seconda. Poche righe sono dedicate ogni volta al grattacielo, mentre la famiglia occupa quasi tutto lo spazio del racconto, perché effettivamente sembra questa la vera parte che preme raccontare all’autore. In ogni caso, anche se potrebbe essere migliorato, il parallelo riesce e convince.

In definitiva, vale la pena di leggere questo romanzo? Forse, ma soprattutto varrà la pena di leggere i romanzi successivi di Altissimo, che avranno probabilmente la stessa urgenza di raccontare, ma meno pressioni e più libertà creative. Voi segnatevi questo nome, e se son rose fioriranno; ma già ora non ci si può lamentare.

Rispondi